| ~ TOUR 2008 L'7~Trans ASIA via PARIS~
L'Arc~en~Ciel Live in Paris 09 May 2008 ~ TOUR 2008 L'7~Trans ASIA via PARIS~
Set list 01 get out from the shell - Asian Version 02 Driver's high 03 Killing me -- hyde MC-- 04 DRINK IT DOWN 05 DAYBREAK'S BELL 06 Winter Fall ----- 07 Kasou 08 My dear 09 Forbidden Lover 10 MY HEART DRAWS A DREAM 11 Caress of Venus 12 REVELATION --Ken MC-- 13 SEVENTH HEAVEN 14 Pretty girl 15 STAY AWAY - formation A - (tetsu, Ken, Yukki) 16 READY STEADY GO ---- 17 NEO UNIVERSE 18 HONEY 19 Link --tetsu-- -- hyde MC-- 20 Anata
Parlare di un concerto storico - perché segna l'avvento per la prima volta in Europa - di un gruppo altrettanto storico - quali sono i L'Arc~en~Ciel - importerebbe competenze musicali ed una terzietà di cronaca che non posso arrogarmi, coinvolta come sono fino al midollo nella storia di una band ch'è da oltre dieci anni tra le mie favorite. Un gruppo, soprattutto, che disperavo davvero di poter vedere tanto prossimo al mio Paese da subire appena il disturbo di un paio d'ore d'aereo. Ma è un disturbo un sogno che si avvera? Io direi proprio di no. A dispetto dell'impressione non proprio positiva che avevo tratto, in occasione del concerto dei Dir en grey a Monaco, in merito all'accoglienza dei gruppi j-rock in Europa - massiccio assembramento di groupies. Mascherate degne di Carnevale, neppure la nazionalità degli artisti legittimasse una specie di farsa grottesca -, gli oltre cinquemila spettatori che hanno atteso il quartetto di Osaka allo Zénith di Parigi, salvo rare eccezioni, mi sono parsi null'altro che ragazze e ragazzi appassionati di musica ed attratti dunque da un gruppo che, con uno stile inconfondibile, ha mostrato più volte di ballare sul filo del rock e del pop, della canzone d'amore come dell'impegno socio-politico - da Awake in poi, almeno -. A stupirmi - e non poco -, in effetti, è stata proprio la nutrita presenza maschile, a testimonio ulteriore di come non il bel faccino del cantante, ma un'ottima musica, sappiano fare la differenza in termini di seguito e di ascolto. Da rilevare anche l'estrema tranquillità e correttezza del pubblico in attesa davanti ai cancelli dello Zénith: per quel che mi riguarda, non ho notato né scenate isteriche, né l'accanimento delirante per una postazione privilegiata che avevo avuto modo di scoprire mesi fa in occasione, appunto, del concerto dei Dir en grey. Pazienza ed educazione che sono stati abbondantemente premiati dall'uscita a sorpresa - attorno alle sei e mezza del pomeriggio - di Ken Kitamura, che si è concesso al suo pubblico con incredibile e divertita disponibilità. Ulteriore nota di merito, dunque, per un artista che non ha mai perso la sua vocazione popolare. Nell'accezione migliore del termine. Sotto il profilo dell’organizzazione, a glissare sull’opinabile segnaletica delle file, francamente i francesi mi sono parsi assai più organizzati dei tedeschi di Monaco. Se le settecento persone scarse dell’anno scorso avevano creato una confusione fin troppo penosa da tollerare, le quasi seimila di quest’anno sono sciamate con discreta facilità. Decorosi i controlli e, direi, accogliente la struttura, in grado di soddisfare le esigenze di spettatori dispersi su una superficie abbastanza ampia, ma non eccessivamente penalizzati quale fosse la loro posizione. Eccellente il lavoro fatto del tecnico delle luci: l’handicap di un palco abbastanza modesto rispetto alla media del gruppo è stato risolto con un massivo impiego di giochi ottici e da un sapiente uso di quegli artifici di scena che, di solito, stordiscono senza stupire. In questo contesto, per contro, la perizia del professionista ha trasformato davvero lo Zénith nel vascello fantasma di un’eccezionale crociera. Per chi conosce la discografia del gruppo, una semplice occhiata alla set-list dovrebbe suggerire da subito un aggettivo con cui liquidare la scelta delle canzoni: ruffiana. Intelligente. Diabolicamente studiata.
get out the shell è un’intro ormai collaudata dai tempi del Club Circuit: otto anni e non li dimostra affatto. Vincente perché gioca con la suggestione dei bassi di haido, che negli ultimi due anni ha recuperato ottave e mostra palesemente la voglia di darlo a vedere. Canzone dalla linea ritmica decisamente particolare, era probabilmente la più adatta ad offrire una panoramica completa dei quattro, come pure ha mostrato il gioco di luci e proiezioni animate che ha anticipato l’entrata in scena dell’Arcobaleno. Sugli abiti di scena, poco da dire: eccetto tetsu, eccessivo come nella migliore delle sue tradizioni, gli altri hanno sfoggiato tenute piratesche, perfettamente in linea con il tema portante del tour (il viaggio).
Driver's high è una canzone con cui ho un rapporto controverso, che tuttavia non ha pesato sull'apprezzamento finale di un'ottima esecuzione live. Studiata di proposito per caricare lo Zénith, ha raggiunto pienamente l’intento, fosse anche perché quasi seimila persone che saltano insieme, agitandosi secondo gli incitamenti continui di un carismatico vocalist, in effetti, procurano un effetto sonoro rimarchevole. Nota di merito a Ken ed haido in particolar modo, che hanno imperversato sul palco senza risparmiarsi mai, mostrando cosa un professionista sia ancora in grado di fare dopo quasi venti anni di carriera e successi.
Killing me è stata chiaramente inserita per sfruttare l’effetto crescendo. Singolo adorabile e ruffianissimo, sarà senz'altro ricordato dai presenti per l'esplicito fanservice haitsu. Anche in questo caso, notevole performance vocale, sostenuta da ammiccamenti continui al pubblico, secondo una corrente inesausta di complicità biunivoca.
hyde MC. Grazioso e prevedibile tentativo di ingraziarsi il pubblico francese. La pronuncia di haido è meno disastrosa di quel che si potrebbe sospettare.
DRINK IT DOWN: probabilmente ero tra le poche – se non l’unica – a non conoscere praticamente per nulla questa canzone. Ascoltata per dovere un paio di volte, senza particolare soddisfazione. Non mi ha convinto nel singolo, né dal vivo. Continuo a considerarla priva di mordente, anche se gli ammiccamenti di haido hanno tentato di darle almeno visivamente un senso.
DAYBREAK'S BELL: emozionante. Semplicemente questo. Ho amato questa canzone al primo ascolto e premevo per apprezzarla dal vivo, fosse pure per saggiare il famoso falsetto di haido. Non sono stata tradita.
Winterfall era una canzone che proprio non mi aspettavo, tant’è che trovarla in lista mi ha procurato un piacere semplicemente assoluto. Oltre all’esecuzione partecipe e calorosa del gruppo, che ha mostrato con questa scelta di conoscere molto bene il fanbase europeo, spesso più legato ai vecchi successi che non all'ultima produzione, una nota di merito va alla risposta del pubblico, che ha accompagnato haido con mille fiammelline luminose.
Kasou è una di quelle tracce che procura reazioni controverse. A me, almeno, in linea generale non è mai piaciuta eccessivamente, ma dal vivo... Anche qui gioca senz’altro la facilità eccezionale con cui haido modula la propria voce dal piano pianissimo al falsetto. Meno fluido rispetto al passato, ma senz’altro più decoroso che non ai tempi degli Shibuya o dello Smile tour, Takarai ha incantato con un'altra storica ballata.
My dear: pallida ed ulteriormente danneggiata da qualche stecca. Già spuria rispetto ad Awake, a mio avviso si poteva evitare.
Forbidden Lover: altra traccia molto lontana dalle mie corde. Notevole soprattutto Ken, la cui esecuzione è stata magnifica. Apprezzabile anche tutto l’arpeggio di basso di tetsu, che è stato il meno brillante del quartetto, ma quando c’è da sostenere l’impalcatura ritmica, mostra il valore del leader.
MY HEART DRAWS A DREAM: studiata per catturare, vi riesce anche se ti sforzi di resistere. Poco da fare. L’intelligenza compositiva di Kitamura colpisce a tradimento ed elude ogni resistenza. Un po’ forzata la voce di haido in alcuni tratti, ma l’energia espressiva ha supplito ad alcune cadute di stile.
Caress of Venus: poco da dire, se non che sono rimasta inebetita nel constatare come dodici anni non siano niente, se una canzone è un capolavoro.
REVELATION: la canzone non è tra le migliori del gruppo, ma nel quadro dell’alternanza rock-ballate, poco da fare, funzionale allo scopo. Trascinante anche in virtù della sensuale fisicità di haido, che mostra una volta in più la sua capacità di tenere il palco come pochi.
Ken MC: nessuno ha capito niente. In compenso abbiamo riso tutti. Ken è semplicemente meraviglioso.
SEVENTH HEAVEN: piccolo incidente sul palco, che non ha inficiato una rapida ripresa ed un'eccezionale partecipazione del pubblico. La traccia è di quelle che odi al primo ascolto, ma finisci con il ballare e canticchiare persino contro la tua volontà. Ascoltarla live ha implicato rafforzare ulteriormente la già solida consapevolezza in tal senso.
Pretty girl: canzone che non ho apprezzato molto all'ascolto, ma che nella sua resa live mostra infinite potenzialità.
STAY AWAY: gioco delle parti per i quattro di Osaka e graditissima sorpresa per noi ascoltatori. Purtroppo pessima la performance di tetsu, freddo e metallico come non mai.
READY STEADY GO: trascinante senza meriti particolari. E’ una traccia che merita nondimeno un posto in scaletta perché raggiunge il pubblico come una pura scarica di adrenalina.
NEO UNIVERSE è una canzone da amare o da odiare visceralmente, un po’ come tutte quelle della Real-Smile era. Personalmente sono tra le sue sostenitrici, fosse pure perché amo i falsetti di haido e qui ce ne sono in abbondanza. Meraviglioso, ancora una volta, l’effetto acquario ricreato con un sapiente gioco di luci.
HONEY: a mio avviso, una delle più piatte e sopravvalutate canzoni dei Laruku. Per mia sfortuna amatissima e dunque, di conseguenza, inserita in scaletta. Bella l’esecuzione, eccetto un paio di passaggi clamorosamente mancati da haido che è curiosamente scivolato solo e sempre sui passaggi più facili. Considerando tutto quel che ha dato, comunque, imperfezioni assolutamente residuali.
Link: canzone nella media delle ballate medio-mosse del gruppo. Adatta a ballare ancora un poco, assecondando un ritmo studiatamente ruffiano.
tetsu: solito show della banana. Teso, legnoso, abbastanza sottotono rispetto agli altri tre – in particolar modo haido e Ken. Quest’ultimo, poi, è stato l’eroe della serata -.
hyde MC: ultimi saluti, sempre meno comprensibili. Grida entusiaste del pubblico.
Anata: Difficile spendere parole che non siano superflue, perché parliamo di una delle più belle canzoni d’amore di tutti i tempi. Incredibile l’effetto procurato da un centinaio di fiammelle accese, mentre tutto lo Zénith (me compresa) cantava il meraviglioso refrain. Chiusa assolutamente azzeccatissima e sorprendente per una performance praticamente perfetta.
Note sparse: Dal punto di vista tecnico e come qualità vocale, mi sento di dire haido non abbia surclassato quello che è stato in grado di fare Kyo lo scorso anno a Monaco, MA! A dispetto della staticità scenica dei Dir en grey, i Laruku hanno regalato uno show davvero generoso, senza risparmiarsi mai ed anzi facendo il possibile perché tutto – proprio tutto – il pubblico potesse ammirarli al meglio. haido non ha mai smesso di cantare. Non ha delegato una sola nota. Persino mentre salivano i cori, la sua voce tenorile è stata una guida preziosa. Bravo. Bravo. Bravo. Come nel caso di Kyo, è impressionante immaginare un uomo così piccolo sia in grado di tirar fuori tante ottave. E poi: carisma scenico, un’incredibile fluidità e, soprattutto – cosa che non mi stancherò mai di rimarcare -, haido è uno dei pochissimi rockers che vanta un controllo perfetto del proprio corpo e sul palco fa di questa dote un’arma impropria. Eccellente Yukki. Non velocissimo ma estremamente potente. Bravo ed anche mediamente più disponibile e vivace del solito. Gran look e gran fisico, per altro. Epico Ken: la sua carica è stata un’ulteriore istigazione per tutto il pubblico, che l’ha giustamente acclamato. Simpatico, abile e bello: speriamo ci porti anche i S.O.A.P. molto presto in Europa. Spento tetsu. Mi dispiace per tutte le sostenitrici, ma il leader era davvero fuori forma e fuori fuoco. Bassista notevole, per carità – anche se, al momento, Toshiya dei Dir en grey resta in assoluto il più bravo abbia mai visto -, ma uno zero quanto ad appeal scenico: a partire dal look per arrivare alla capacità di indovinare l’umore generale e farsene interprete e trascinatore. Grazie dunque di cuore all’Arcobaleno, perché dopo diciassette anni è ancora più vivo che mai. Perché i quattro di Osaka hanno avuto sempre l’umiltà ed il talento di non sentirsi mai arrivati: ed anche l'Europa, finalmente, ha potuto apprezzarli.
Posted on 18 May 2008 by Sar@ "Good mornig Hide" / "Perfect Blue": buongiorno tristezza.
"Good morning Hide"/ "Perfect Blue": buongiorno tristezza.
Molto si è parlato e congetturato attorno a queste due particolari canzoni, cantate entrambe pochissime volte in live e appartenenti alle due diverse stagioni del gruppo.
Per i fans occidentali che non hanno facile accesso alle pubblicazioni ed alla lingua giapponesi, soprattutto, queste due canzoni sono rimaste a lungo oggetto di supposizioni più o meno fantasiose: "Perfect Blue" ad esempio è stata alternativamente dichiarata capo d’accusa per giornalisti e fans (al pari di "Bravery") o lettera per il precedente batterista del gruppo, Sakura. Di certo c’è solo che, nessuno dei membri della band, ha mai rilasciato dichiarazioni al riguardo.
Nessuno tranne Sakura.
Nella sua biografia, Sakurazawa no honki, parla per la prima volta in modo diffuso dell’unica canzone dei L’Arc~en~ciel che lo ha visto in veste di paroliere, la criptica "Good morning Hide" appunto. Il testo della canzone è un adattamento in inglese (o più precisamente in ENGRISH) dell’originale giapponese e, nonostante la grammatica un po’ approssimativa, mostra chiaramente di essere un capo d’accusa indirizzato tanto ai membri della band stessa quanto al management ed alla casa di produzione.
Ma "Good morning Hide" è anche molto di più, è una canzone che si dipana su più piani e che fa dell’uso dei pronomi personali una chiave di volta. La separazione quasi ossessiva tra il "voi", l’"io", il "loro" mostra quello che Sakura spiegherà poi anni dopo nella sua biografia: il senso di distacco dalla visione "L’Arc~en~Ciel" che sentiva sempre più forte dentro di sé e negli altri.
Cosa c’è di autentico in queste impressioni non propriamente piacevoli? Probabilmente tutto e nulla: Sakura ammette che fu proprio durante il periodo della composizione di True che cominciò a drogarsi. Le sostanze stupefacenti lo resero particolarmente sensibile e paranoico e fecero di una sensazione una certezza senza appello. Sempre nel Sakurazawa no honki, ci spiega chiaramente che era convintissimo di essere nel giusto, che il suo punto di vista – sulle persone, sulla band, sul management - era l’unico possibile, erano gli altri ad essere in errore: non sopportava le luci che cominciavano proprio in quel periodo ad accalcarsi con insistenza intorno alla band, non sopportava la direzione alla "popolarità" verso cui li spingevano Danger Crue e Ki/oon.
Come lo stesso Sakura dirà di sè ancora più tardi in una serie di lunghe interviste per R&R Newsmaker, pubblicate tra il dicembre 2006 ed il maggio 2007, era un ragazzino viziato. Era convinto la musica di qualità dovesse per forza di cose essere prodotto per pochi, quasi da proteggere dall’assalto dell’ascolto di massa: non a caso, il raggiungimento del milione di copie vendute dell’album True fu per lui motivo di profondo turbamento e quasi di rammarico.
Sempre dalle pagine del Sakurazawa non honki, però, apprendiamo il suo senso di colpa per quel particolare periodo della sua vita e per le sue parole, e di certo, l’utilizzo di sostanze stupefacenti non lo ha aiutato a pensare con lucidità a quel che gli accadeva intorno e a cosa voleva davvero. Nella fattispecie, essere aiutato: dice anche che, inconsciamente, quella canzone tanto feroce altro non era se non un segnale di richiesta di soccorso.
Good morning Hide. [Dal booklet di True, 1996]
(lyric by Sakura, music by hyde)
The scene you accept and you see
It's easy for me to understand
It must be the same as mine
Why are not they tired?
Why are not they tired?
I don't do the things like that
I just do it instead
If a morning starts at the moment
When you wake up
It has been morning still now
I don't need a night
I cannot define this place
Except a certain additional value
Everything is unnecessary
It's ok if your destination is the same
The scene will never change
The scene you accept and you see
It's easy for me to understand
It must be the same as mine
The scene they accept and they see
It's different from mine, I don't imagine
I don't do the things like that
I just do it instead
It seems it has been morning
I'll keep this morning no matter
I spend much time, I go far away
I don't need a night yet
I can take it like this
They will keep their night forever more
You don't need the night at this moment
By the time when the morning turns into the noon
My action will be harmonized
The scene you accept and you see
It's easy for me to understand
It must be the same as mine
The scene they accept and they see
It's different from mine, I don't imagine
I don't do the things like that
The morning hides all
Why did not you show it?
Why did not you notice it?
Where is your scene from everything?
please tell me now
Why did not you have it?
Why did not you repeat it?
I don't do things like that
I just do it instead
"Yes, everything is an imagination"
"Yes, it's also a realization"
Why did not you show it?
Why did not you notice it?
Why did not you show it?
Why did not you notice it?
Why did not you have it?
Why did not you repeat it?
I don't do the things like that
Wish I've done it instead...
Goodmorning Hide. [Traduzione in inglese dall’originale testo giapponese di Layla]
The scenery in your eyes
I can easily comprehend,
as it has to be the same as mine.
Why won't they get tired following their way?
For me, I would do things in a different way.
That will be better.
If dawn is the moment when one wakes up,
it should still be morning now.
Right now I need no nights.
It's impossible to define this place.
Apart from some added value,
nothing is necessary.
As you and I are looking in the same direction,
the scenery we see together will never change.
The scenery in your eyes
I can easily comprehend,
as it has to be the same as mine.
The scenery in their eyes is different from mine,
as I do things in a different way.
That would be better.
It seems that the morning is still going on.
No matter how much time has passed, it still goes on.
In my eyes, they are keeping their night time forever.
Right now you need no nights.
By the time when the morning ends,
what I do will become something harmonious.
The scenery in your eyes
I can easily comprehend,
as it has to be the same as mine.
The scenery in their eyes is different from mine,
as I do things in a different way.
Everything has been hidden by the morning.
Why didn't you tell me?
Is it that you have never noticed at all?
Where on earth is your scenery after all?
Why can't I find the initial impulse here?
Why must approval and denial repeat again and again?
For me, I just can't do this sort of things.
It should be better to follow my way.
"Right. Everything is just made up."
"However, this is the reality we got here."
For me, I just can't do this sort of things.
It would have been better to follow my way
Mettendo a confronto i due testi si nota con chiarezza quanto i traduttori –che pare siano stati due membri dello staff del gruppo stesso- abbiano tentato di ‘ammorbidire’ la versione originale in lingua. Senza riuscirci pienamente, a mio giudizio, perché –sebbene l’engrish sia abbastanza ostico da decifrare- il messaggio arriva comunque forte e chiaro.
Prendiamo ad esempio in esame la prima e la seconda strofa della versione ufficiale della lyric:
The scene you (band mates) accept and you see
It's easy for me to understand
It (the scene, the music) must be the same as mine
The scene they (promoters) accept and they see
It's different from mine, I don't imagine
I don't do the thing like that
I just do it instead.
Ha più senso così? Credo proprio di sì. Già in queste due prime strofe si nota quanto Sakura ci tenga a differenziare la sua immagine, la sua visione della musica, da quella degli altri, ma anche come sia pieno di rammarico nel capire di non avere in quel "voi", nella band che sembrava avere abbracciato il suo stile, un alleato vero contro di "loro".
È una canzone feroce, poco da fare.
Feroce come lo è, nonostante la melodia quasi da ninna nanna che l’accompagna, "Perfect Blue". Come ho già anticipato, questa canzone è stata spesso accostata a "Bravery" per contenuti e testo. Ma se "Bravery" è inequivocabilmente lo sfogo del leader per quattro anni di attacchi pressoché continui, da parte di una parte del fanbase, susseguiti all’uscita di Sakura dal gruppo, lo stesso non si può dire per "Perfect Blue".
Perfect Blue [dall’album Ark, 1999]
(lyric & music by tetsu) traduzione dal giapponese di Haruka.
The dazzling sun drags my heart along
Beneath a sky of pure blue
However, throughout this town, someone keeps
Running away with my freedom... hey, who are you?
I don't know about the crime beneath that silly grin
If we don't see eye to eye would you never understand?
The money obtained from those made up stories
Makes me sick to my stomach
As if I'm speeding on through a red light
I look like a Sunday driver
I don't know about the crime beneath that silly grin
If we don't see eye to eye would you never understand?
You could say the only thing I can do is give you the finger
I don't know about the crime beneath that silly grin
If we don't see eye to eye would you never understand?
This feeling is like the dog I raised bit my hand
When I noticed everyone looking at me, NO NO, this isn't a zoo!
I'll run far away, I'll run all the way to an island in the south.
Credo il ritornello (in grassetto) sia abbastanza esplicito senza dover chiamare in conto il resto del testo, comunque tutt’altro che amichevole.
"Non conosco il crimine che si nasconde dietro quel sorriso stupido
Se non ci guardiamo negli occhi, potresti mai capire?"
Mettendo a confronto le due lyrics è facile immaginare la "Perfect blue" di tetsu come risposta alla "Good morning Hide" di Sakura. tetsu parla senza mezzi termini di mancanza di comunicazione: voluta? Assecondata? Temuta? Non possiamo saperlo. E parla di un "cane che morde la mano del padrone" di "soldi fatti grazie a pettegolezzi che gli danno il voltastomaco": in questo caso, il primo verso sarebbe rivolto a Sakura, mentre il secondo ai giornalisti (ma anche alla casa di produzione? tetsu in fondo non è famoso per la sua diplomazia) che hanno allegramente banchettato sullo scandalo che è seguito all’arresto di Sakura ed al suo successivo allontanamento dal gruppo.
Letta in quest’ottica, "Perfect Blue" diventa, al pari della canzone di Sakura, uno sfogo, una dichiarazione d’intenti ed una richiesta d’aiuto: "Me ne andrò via lontano, scapperò su un isola dei mari del sud."
Una cosa che non è scontato notare è la data di pubblicazione (e quindi del periodo di composizione, che dovrebbe essere anticipata all’incirca di un anno) di "Perfect Blue": 2001. In quel periodo c’era un altro gruppo che cominciava a farsi sentire, gli Zigzo, il cui leader era lo stesso Sakurazawa. Coincidenza? Chissà.
Probabilmente, il mito dell’odio (anche se personalmente ritengo sia una parola un po’ troppo grossa) che tetsu avrebbe nutrito per anni nei confronti di Sakura è vero: in fondo, all’indomani dell’uscita del primo batterista dal gruppo, non ne ha più fatto parola, sembrava quasi averlo cancellato per far posto a Yukihiro.
Lette le dichiarazioni dello stesso Sakura, però, mi sento di commentare come, quel fantomatico ‘odio’, non fosse poi così campato in aria ed avesse anche radici che andavano al di là di un arresto e di cattiva – cattivissima. Il Giappone è un paese profondamente intollerante con chi usa droghe di ogni genere - pubblicità.
Ma la verità, a voler ancora citare una canzone non proprio ‘carina’ di tetsu, la conoscono solo loro. Perché il ritratto dei due apparso nella doppia intervista di R&R Newsmaker del novembre 2006 ci regala anche altri spunti, più rilassati e più amichevoli. Perché avevano già in precedenza lavorato nuovamente insieme, nel 2004 per la precisione, e si erano ritrovati finanche a suonare su un palco l’anno successivo.
Posted on 17 May 2008 by NeveReincarnation tour
Per un curioso tiro del caso, il mio primo approccio ai L'Arc~en~Ciel segue uno degli eventi più traumatici della storia del gruppo: l’uscita del primo batterista major a seguito dell’arresto – e relativa condanna – dello stesso per possesso di sostanze stupefacenti. La band che ho dunque conosciuto, ascoltando, in un 1997 ormai lontano, quella Niji tanto bella da rubare il cuore di più d’una generazione, è perciò un gruppo molto diverso da quello impostosi in un ancora più lontano 1993: è il frutto di una reincarnazione, che non è una vera e propria riviviscenza né tanto meno una resurrezione: è un’Iride diversa, destinata a mutare toni e colori. Su queste basi, dunque, ritengo che il 23 dicembre 1997 rappresenti una data storica e come tale debba essere intesa da chiunque abbia scelto di seguire i L'Arc~en~Ciel o, come tetsu lascerà intendere nella sua Bravery, di abbandonare la band. Il Reincarnation tour del Tokyo Dome (che si riduce in verità ad una sola data, a meno di non voler inserire nel novero anche le tre serate del Nightmare Before Christmas Eve – il 16 dicembre all’Akasaka BLITZ, il 17 al Nanba ROCKETS ed il 18 all’Umeda HEAT BEAT – in cui il gruppo, ridotto a tre soli elementi, si presenta come Zombies, cover band dei L'Arc~en~Ciel) è un evento epocale per almeno tre ordini di motivi: il primo, come già accennato, è che mostra il nuovo volto di una band colta in una stagione di piena metamorfosi (l’esecuzione di Yukihiro imprime nei fatti una sfumatura diversa persino ai temi più noti, colorandoli di un’energia che decreta da subito un’interpretazione personalissima dell’Iride cui è entrato a far parte, sebbene non ancora ufficialmente). Il secondo è che rappresenta la cornice in cui, con più forza che mai, si riafferma il ruolo di primo piano che i L'Arc~en~Ciel hanno assunto nella scena musicale giapponese – come mostra il sold out di soli 4 minuti - . Il terzo, non meno importante, è il significato psicologico che il fastoso ritorno assume per i tre superstiti della formazione originaria, cancellati in origine dal colpo di spugna di una persecuzione mediatica e poi, complice un poderoso investimento pubblicitario della stessa Sony (credo in tal senso debbano essere intese le numerose covers del novembre 1997 – i L'Arc~en~Ciel occupano le copertine di B-pass, CD data e Pop Beat -, come pure il documentario girato in Germania, che vede protagonisti separatamente o in una trattazione unitaria, hyde, Ken e tetsu. Egualmente questi ultimi sono di nuovo ospiti in numerosissime trasmissioni televisive, con il supporto di Awaji, esterno però alla formazione ufficiale), di nuovo protagonisti sulla scena.
Sono comunque tre ragazzi molto diversi da quelli che sorridevano all’obiettivo appena due anni prima, nel backstage degli Heavenly: sono artisti che hanno cozzato duramente contro il volto peggiore della fama e di nuovo lottano per confermare il valore della musica in cui hanno creduto. Ne deriva un concerto dall’intensità rara, di cui non resta traccia che parzialmente – almeno nella videografia ufficiale -, all’interno del video A PIECE OF REINCANATION (98-04-22) KSV5-5037, che riporta le due esecuzioni live di Niji e di Shout at the Devil, ma che ha per certo lasciato una durevole impressione in chi vi ha assistito dal vivo o nella trasmissione televisiva. Per ovvie ragioni di tipo geografico e pure cronologico (il 23 dicembre del 1997 ero solo una squattrinata studentessa innamorata della voce di Niji, senza la più vaga idea di chi ne fosse il proprietario), la mia fruizione è legata proprio ad una registrazione di quest’ultima: abbastanza buona, nondimeno, da fare del concerto uno dei momenti più emozionanti che la band mi ha regalato.
La suggestione profonda del momento e della cornice si coglie fin dall’esordio, poiché la vista della preparazione accelerata dell’allestimento scenico (in sottofondo Dearest Love e Lies and Truth), come pure del flusso continuo dei fans, non può che inoculare uno stato di ansia gioiosa ed al contempo malinconica. Tutto somiglia a scene già viste, metabolizzate, apprezzate: nulla, però, è davvero come nel passato. Si può ipotizzare un backstage più teso, visi tirati, frasi di circostanza che non spezzano però la tensione e ciò che l’ha preparata. Il sogno di tetsu, in un certo senso, viene messo alla prova per l’ennesima volta: ma i ragazzi di allora sono cresciuti e forse hanno perso un po’ del dissennato coraggio dei giorni in cui cantavano anche per poco più di cento persone. Quando le luci si abbassano, l’ingresso della band è preparato da un cortometraggio dal sapore icastico: lungo il terreno dissestato di una foresta notturna e spettrale (probabilmente tedesca), oscilla una carrozza vetusta e quasi barocca, contrassegnata dal logo della band. A tratti è dato di intuire trasporti un passeggero (hyde), ma non se ne mostra mai apertamente il viso. E’ un filmato barocco ed inquietante, con accenti vampireschi e suggestioni che rimandano a Stoker. Egualmente di ispirazione europea (inglese del XIX secolo, ad una prima impressione) è la mise che indossa il misterioso viaggiatore, benché solo dettagli ne vengano messi a fuoco di quando in quando. Nel momento in cui hyde scende finalmente dalla carrozza, l’attenzione torna tutta per il Dome: non c’è dunque soluzione di continuità tra la fiction ed il momento presente. Il passeggero che non mostra il proprio volto pallido sullo schermo è lo stesso vocalist che si annuncia ora su un palco vestito di luci.
Il concerto vero e proprio, dunque, ha inizio.

Niji
Con un superbo gioco di luci, in scena esplode un poderoso arcobaleno. hyde – reduce dall’ennesimo raffreddore -, esordisce con un attacco potente ed una voce vibrante e fermissima, benché i primi piani rivelino chiaramente abbia gli occhi lucidi e sia visibilmente emozionato. Molto truccato – ben più che in passato -, appare di nuovo androgino in modo conturbante, benché nulla delle sue espressioni tirate ricordi lo spiritello provocante di due anni prima. Ken e tetsu – quest’ultimo abbigliato come nella puntata di Music Station (21 novembre 1997) che li ha visti promuovere Niji (se non erro, anche haido indossa lo stesso cappotto) -, concentratissimi sull’esecuzione, rivelano solo superficialmente meno dei propri sentimenti: l’onda di questi ultimi si riversa comunque in ogni arpeggio. E’ un’esecuzione esemplare, meno rabbiosa di quella presentata in occasione del già citato Music Station. La modulazione vince sull’asprezza della rivincita e prepara il terreno a quel che segue.
Caress of Venus
Il tema che veste il palco, questa volta, è il colore rosso. I membri appaiono sugli schermi in rapida successione, mentre il Dome esplode. Il ritmo mi è parso più accelerato, rispetto a quello sperimentato con Sakura nel 1996, ma il senso di continuità con il passato è incredibilmente forte.
Vivid colors
L’atmosfera comincia a scaldarsi. Oltre ai riff energici di Ken, Yukihiro mostra a pieno titolo il suo diritto di ereditare la batteria dei Laruku. La sua è un’esecuzione più potente, ma non meno ritmata di quella di Sakura: è il segno di una successione che non si traduce in una mera imitazione. Anche hyde, meno teso, comincia a muoversi energico sul palco, mostra la lingua e gioca con il pubblico.
MC
Per ovvie ragioni non posso che riportare qui quanto appreso da traduzioni trovate in più siti della rete (quelli, per intendersi, già citati nelle risorse). Dopo il rituale "Tadaima~L'Arc~en~Ciel il da! Yeahh, Tokyo Dome!", haido manifesta la propria gioia per il ritorno e si scusa con il pubblico: il gruppo ringrazia per la preoccupazione mostrata dai fans nei lunghi mesi di silenzio ed attesa.
Flower
Il palco si copre di viola. haido sbaglia l’attacco della lirica e la sua esecuzione, malgrado la buona volontà degli altri musicisti, risulta clamorosamente fuori tempo. E’ un incidente che non inficia la buona resa della prestazione, ma risulta comunque rivelatorio del clima di inusuale tensione che veste la scena.
Round and round
Forse l’esecuzione più clamorosa della serata: Yukihiro imprime un ritmo più deciso al tema, lo stadio rumoreggia e partecipa direttamente alla prestazione dei musicisti, energica ed impeccabile. Probabilmente è anche una delle lezioni più riuscite di questa lirica incredibilmente rock, per la prima linea sonora dei Laruku.
Shout at the Devil
Non è sicuramente un caso questa prestazione sia stata inserita nella videografia ufficiale. Gli arpeggi del leader, evidenti e cupi come in Taste of Love, preparano un clima sonoro dominato violentemente da batteria e basso, in cui si inseriscono solo in un secondo tempo ken ed hyde. Quest’ultimo, percosso da una tempesta di raggi, affida la propria voce ad un microfono che ne deforma il timbro, rendendolo così più basso e cavernoso. E’ anche questa una canzone incredibilmente rockeggiante, in cui pesa senz’altro l’esperienza di Awaji all’interno del genere.
MC
Piccolo siparietto che coinvolge anche tetsu. Il leader mostra la propria sorpresa per la folla raccolta. haido rassicura i fans sulla prossima uscita dell’album, annunciando che le registrazioni di Heart procedono a gonfie vele.
Dive to Blue
Quasi a stemperare la frenesia dei pezzi precedenti, si torna ad una lirica più melodica, composta da hyde e tetsu. Come sovente nelle opere di quest’ultimo, il brano ha accenti quasi pop e sfiora la ballata.
Winter Fall
Un discorso analogo si può fare per questa traccia, benché a firmare la composizione musicale sia Ken. Un tenue gioco di luci veste di fiocchi di neve la volta del Dome, con grande suggestione dei presenti.
Interruzione
Mentre gli artisti si concedono una piccola pausa, vengono proiettate le false clip pubblicitarie che dagli Heavenly in poi sono un marchio di fabbrica dei Laruku.
La prima, che eredita la cornice gotica del filmato introduttivo, mostra uno stralunato Dracula in fuga alla vista del celebre L'Ar~can.
La seconda – poi inserita anche nella videografia ufficiale – propone il "Larukucchi" (tamagochi improbabile che si presenta come un cuore con le alucce), simpatico dono che un Babbo Natale rassicurante fa ad una bimbetta francese dai capelli biondi. Sempre nella videografia ufficiale si verrà poi a scoprire l’amara sorte di questo innocuo oggettino.
Loreley
Il tema dominante è questa volta il blue. Ci troviamo davanti ad una delle poche tracce vedano haido al sax (un’altra è la recentissima Ophelia). L’impostazione è chiaramente acustica, dominata da toni lenti e languidi, la cui suggestione è implementata da un gioco di luci che regala al vocalist un paio d’ali (tale artificio verrà poi ripreso, ma con una applique vera e propria, nel Light my fire). Il tema accattivante ricorda a tratti tsuioku no jookei e sembra particolarmente in linea con sonorità risalenti, sperimentate dal gruppo in Dune.
Interruzione
Prosegue la saga del "Larukucchi", dimenticato e distrutto dalla cara bambina del filmato pregresso.
Lies and Truth
haido si cambia d’abito e vivacizza la scena non solo con il rosso accesso che domina la sua mise. Torna la sua vivacità di performer e ballerino, mentre tetsu regala una splendida esecuzione al basso, che sembra idealmente preparare l’esplosione che anticipa la chiusa.
Blurry Eyes
Esecuzione impeccabile, colma di reminescenze e di rimpianto: fuochi artificiali esplodono, mentre Ken e tetsu si rincorrono sul palco (sebbene con esiti più felici dello scivolone che costò al chitarrista tale pratica durante gli Heavenly). haido interrompe e poi riprende il falsetto, dando voce al pubblico. Ken prende il microfono e dà voce alla sua gioia ed alla sua commozione.
Brilliant Years
Un altro pezzo di passato, che haido e tetsu celebrano cantando insieme, in una combinazione già spesso vista, ma che l’emozione del momento rende ancora più preziosa. Come per Blurry Eyes e molti altri pezzi, Yukihiro velocizza la traccia, benché sia essa sempre riconoscibile nel suo colore originale.
C’est la vie
L’esecuzione lascia definitivamente spazio al gioco: Ken e tetsu seguitano a rincorrersi, mentre haido sospende il cantato e lascia che il pubblico lo sostituisca. L’effetto non è clamoroso, ma la partecipazione unanime.
THE GHOST IN MY ROOM
Il ritmo si velocizza per l’ennesima volta: vocalizzi e distorsioni per una traccia che nel documentario hyde in Germany è stata presentata nella sua veste in fieri.
MC
Nuovo intervento di haido, che domanda ai fans se siano soddisfatti dell’esecuzione. Anche tetsu gli si affianca mentre manifesta la propria gioia.
Dearest Love
Ultima traccia ufficiale del concerto, prima dell’appendice-ripresa. Ancora un duetto tra tetsu e haido, nel segno di una continuità forte con il passato.
Interruzione
Nel Dome passano scene di backstage ed i PV di Dive to Blue e Winter Fall, mentre i membri si cambiano d’abito.
Chiusa
I quattro tornano sul palco: hyde vestito interamente di bianco, tetsu di nero, Ken in rosso e blue, Yukki in giallo, nero e kilt.
Il vocalist intrattiene il pubblico, domandando a più riprese quale canzone vorrebbero ascoltare per Natale. Il gioco si ripete più volte, mentre nel Dome – come ai tempi del Carnival of True – viene richiesta I wish.
I wish
Emozionante come sempre, la traccia, leggera e melodica, poggia soprattutto sugli arpeggi di Ken, che la interpreta con un sentimento non minore di quello che modula la voce di haido. Da sottolineare anche la splendida esecuzione a cappella con cui il vocalist introduce la canzone.
Kaze ni Kienaide
Sul palco torna l’arcobaleno. L’esecuzione decisa e sicura di haido è vivacizzata dallo stesso vocalist con una serie di saltelli continui con cui percorre il palco.
I’m so happy
Benché la mia versione preferita di questa ballata sia quella del Tanabata Special del 1996, la traccia merita anche solo per l’assolo di Yukihiro. E’ una delle tante occasioni in cui il nuovo batterista si fa sentire e mostra una perizia ammirevole. In tale contesto, inoltre, troviamo haido come seconda chitarra. L’arrangiamento velocizza la traccia, ma non la rende irriconoscibile anche per chi – come la sottoscritta – ne predilige un’esecuzione acustica.
Niji
E’ il gran finale. Dopo una piccola interruzione, in cui haido si rivolge ancora ai fans, salvo essere zittito dalla batteria (un gioco dal sapore agrodolce, per chi ricorda il kiss me deadly heavenly, in cui quel ruolo spetta a Sakura), parte l’attacco potentissimo della ballata. E’ un’esecuzione estremamente toccante, in cui il virtuosismo vocale del prophet sfiora la perfezione. Mentre candide piume scendono dal cielo, è visibile la profonda commozione che lega Ken, tetsu ed haido, sempre pronti (non a caso) a ricordare le lacrime di quel giorno (lacrime replicate quasi otto anni dopo nella stessa cornice e sulle stesse note).
Benché in chiusa i fans chiedano ancora un bis, il concerto può dirsi concluso. Tutti i membri – compreso il batterista – salutano il pubblico che ha accolto il loro ritorno. Prima di svanire, infine, esplode l’augurio di un buon Natale, benché senz’altro il regalo che qualunque cieler si aspettava sia appena stato consumato.
Considerazioni
Vorrei possedere un’educazione musicale e strumentale più completa per dare credibilità al mio modesto reportage. Invece non la possiedo e ciò, in qualche modo, mi umilia, perché non c’è nulla di più bello per un fan che dare voce alla propria soddisfazione.
Negli anni ho avuto la fortuna di ottenere i filmati di quasi tutte le performances dei Laruku – dal 1991 ad oggi -, ma non sempre sono stata toccata tanto in profondità come dal concerto che ho appena illustrato. Raramente, soprattutto – ed in particolar modo dopo il primo hiatus -, ho trovato haido tanto intenso e sorprendente. Il dono più consistente che i Laruku hanno saputo rendere in questa occasione è la verità profonda del nome che portano: l’indissolubilità di tanti colori nell’unicità dell’arcobaleno.
La mia speranza, infine, è che sappiano onorare ancora a lungo la promessa che si è esplicitata nella loro reincarnazione: la voglia prepotente di esserci finché non si spegnerà nel silenzio dell’indifferenza la voce dei fans.
Il contenuto di questo articolo è proprietà esclusiva dell'autrice (Sar@). Non ne è tollerata né la riproduzione né la sottrazione parziale o totale.
Le immagini provengono da B-PASS, marzo 1998 e
sono state scansionate da matsu-chan.
Posted on 27 Sep 2006 by Sar@Tour Sense of time '94 Final
Il tour "Sense of time" del 1994 rappresenta a buon diritto quella che potremmo chiamare epifania major dei L’Arc~en~ciel. Sono passati appena un pugno di mesi da quel celebre Nostalgy no Yokan, in cui, nell’atmosfera calorosa e raccolta dei club, i tre ragazzi prodigio di Osaka ed il Ciliegio di Edo hanno dato l’addio alla parentesi indies – contesto nel quale, per altro, hanno dato prova di risorse ed inventiva fuori dal comune -, ma tanto dal punto di vista scenico che musicale si avverte prepotentemente l’apporto promozionale e finanziario di una grande scuderia, quale è la Ki/oon, divisione nipponica della Sony Records. Dal supporto di keyboard,alla scelta del Tokyo Bay NK All, per il finale di un tour modesto, ma seguitissimo, si coglie chiaramente l’impianto professionistico di ogni performance, come pure l’abbandono di ogni improvvisazione per una scaletta definita ed interpretata in ogni dettaglio. Tale cura quasi maniacale per l’interpretazione scenica di ogni traccia si coglie proprio dalla registrazione dell’evento, su cui mi è stato dato di recuperare un’inevitabile – ed allora inconsapevole – assenza: gli inserti di backstage concorrono infatti a mostrare non solo il volto più privato e spontaneo degli artisti, quanto, come nel caso delle prove di Wind of Gold, persino la definizione di pose ed effetti da portare sul palco. Per quel che riguarda nei fatti l’esecuzione del pezzi, il Sense of Time può ragionevolmente intendersi come una stagione transitoria, in cui l’abito visual della stagione indies – seppure non poco attenuato, soprattutto per quel che riguarda haido – permane non solo nei costumi, ma anche nel recitato di fanservices dal sapore ambiguo ed ammiccante. Colpisce, tuttavia, la crescente sicurezza mostrata dal vocalist, la cui presenza scenica finisce con il fagocitare ed esaurire completamente l’attenzione di un pubblico ammaliato dal travolgente contrasto tra la sua femminea e minuta figura e la carica sensuale e sessuale di una voce potentissima. Benché infatti haido si trovi forse in una delle sue stagioni più ambigue, tale e manifesta è l’androginia del suo abito e della sua sensualità da bambola, a dispetto di quel che potrebbe dirsi per gli Heavenly, è poco o nulla femmineo nel modo persistentemente provocante e provocatorio con cui si pone al proprio uditorio. Per questo non credo sia azzardato definire il Tour sense of time ’94 come un vero e proprio laboratorio di stile, da cui fiorirà poi la macchina scenica dell’Iride più matura. Come già detto, si tratta di un breve ciclo di concerti, strettamente legati alla pubblicazione del primo album major, Tierra. Il tour si inaugura infatti il 14 luglio 1994, data in cui l’ultima pubblicazione viene rilasciata: ed al clima quasi new age ed un po’ hippy dell’album, del resto, è legato strettamente l’abito scenico della tournée. Si comincia là dove l’Arcobaleno ha mosso i primi passi (il 14 ed il 15 luglio 1994, nei fatti, suonano all’Osaka Mielparque Hall), allargandosi poi alle piazze musicali più rilevanti (il 18 luglio 1994 sono ad Aichi, Prefectural Labor Center, il 20 ad Hiroshima, Aster Plaza, il 22 a Fukuoka, Tsukushi Kaikan, il 25 a Niigata, al Phaze, il 27 al Tokyo Bay NK Hall, dove replicheranno un mese più tardi, per la chiusura ufficiale del tour. Prima di quest’ultima data, il 3 agosto 1994, suonano a Sendai, City Youth Cultural Centre), nel quadro di un’attività promozionale intensissima, come naturale nella stagione della durissima gavetta degli esordienti, per quanto di successo. La set list del concerto, per quel che concerne la data conclusiva (ma si tratta di un programma che riceve variazioni esigue o nulle) colpisce ovviamente per la sua brevità, in rapporto al numero portentoso di tracce che il gruppo vanta oggi: ma parliamo dei primissimi Laruku, un gruppo in cui le note d’esordio non rappresentano affatto scelte stilistiche compositive del passato, ma rappresentano lo stesso presente di una produzione metamorfica ed in piena evoluzione.
SET LIST:
In the Air yokan
All Dead
nemuri ni yosete
kaze no yukue
Blame
tsuioku no jookei
As if in a dream
Inner Core
Dune
Taste of Love
Blurry Eyes
Voice
~encore~
Wind of Gold
Be destined
Shutting from the sky
White Feathers
Per quanto possa essere interessante analizzare l’esecuzione delle singole tracce, credo che un’esegesi così puntuale in rapporto ad una delle tante date che affollano la lunga carriera dell’Iride non sia in fondo necessaria: non si tratta, nei fatti, di un concerto che, come il Reincarnation, segna un punto di partenza e di svolta al contempo. Ciò non toglie possano farsi alcune notazioni di massima, soprattutto per quel che riguarda scelte di stile poi riprese successivamente. La prima, che caratterizza fortemente i primissimi Laruku, ma che nella sua evoluzione segnerà i primi quattro anni del gruppo, è data dalla persistente triangolazione delle linee di forza haido-tetsu-Sakura, spezzate frequentemente dalla diagonale tetsu-Ken. E’ una meccanica che opera tanto dal punto di vista musicale che visivo: alla linea femminile del bassista e del cantante si contrappone infatti quella più manifestamente mascolina del batterista e del chitarrista. Tendenzialmente contrapposti sono poi – come si ritrova anche nelle pubblicazioni di genere – i colori del frontman e di Yasunori (rispettivamente, bianco-nero). Un secondo elemento che merita di essere rilevato, poiché, senza perdersi del tutto, svanisce con il peso del successo dei Laruku, è la componente del gioco: haido balla, ridacchia, saltella, ammicca dividendo la propria attenzione tra il pubblico e gli altri membri del gruppo. Anche tetsu e Ken si lanciano in finte schermaglie e divertiti inseguimenti. E’ un approccio molto generoso e vivace, che viene premiato da una partecipazione estremamente calorosa del pubblico. Persino l’esecuzione, per altro impeccabile, dei pezzi viene sacrificata ad una loro rappresentazione vivissima (oppure all’inserimento di variazioni strategiche, spesso legate a dimenticanze del vocalist). Un terzo dettaglio, questa volta legato invece alla primissima stagione del gruppo e ad una linea musicale ancora fortemente intrisa delle suggestioni gotiche d’esordio, è la tecnica di batteria estremamente aggressiva di Sakura – soprattutto in Inner Core -, che sola basta a smentire chi vorrebbe il primo batterista dei Laruku troppo fiacco per interpretarne un’evoluzione rock (come invece ha fatto Awaji). Molto forte ed evidente è poi il peso del sodalizio artistico ed amicale tra tetsu ed haido, che si cercano a più riprese sul palco o, come in Wind of Gold, si stringono l’uno all’altro imponendosi come unico fuoco di rilievo dell’esecuzione. Altra notazione merita il capitolo MC: a dispetto di quel che accadrà in futuro – pause sempre più brevi -, ancora nell’ottica di una propria concessione generosissima al pubblico, haido si intrattiene – ed intrattiene – per un arco di tempo discretamente lungo, sopperendo alla scarsa facilità d’eloquio con atteggiamenti sensuali ed ammiccanti che scatenano il delirio delle fangirls. Dettaglio curioso è che nel corso delle riprese inerenti tal topico momento viene inquadrata tra il pubblico pure quella idol, Yoshikawa Hinano, che certuni vogliono noverare tra gli amori del cantante.
In conclusione – ma senz’altro prima per importanza – va poi aggiunta una riflessione sulla qualità artistica di quel che viene offerto. Benché nel giudizio pesi senz’altro la mia vocazione di nostalgica, gelosamente affezionata alla primissima storia del gruppo, credo qualunque fortunato spettatore di siffatta registrazione debba convenire si tratti di un concerto impeccabile, per la qualità del repertorio offerto e per la professionalità dell’esecuzione. Sul palco c’è probabilmente l’haido migliore: la sua voce, non ancora intaccata dal tempo, vale un’orchestra, per estensione e colore. Dal basso cavernoso di Inner Core ai falsetti virtuosi di Blurry Eyes, senza risparmiarsi mai, percorre l’intero pentagramma per oltre un’ora di autentica meraviglia.
A dodici anni di distanza da quei giorni, a fronte di milioni di copie vendute e di una popolarità che non ha probabilmente eguali all’interno del panorama internazionale – non, almeno, per quel che concerne i loro emuli diretti -, si può dunque dire che gli ingredienti di una simile magia fossero già in nuce dai primi vagiti dell’Arcobaleno. Verrebbe anzi da chiedersi se sia poi davvero possibile interpretare cronologicamente quella che sembra piuttosto una lineare giustapposizione di invenzioni ed idee irripetibili, che hanno fatto dei L’Arc~en~ciel un fenomeno mediatico e culturale ancora insuperato.
Il contenuto di questo articolo è proprietà esclusiva dell'autrice (Sar@). Non ne è tollerata né la riproduzione né la sottrazione parziale o totale.
Posted on 27 May 2006 by Sar@Siesta ~Film of Dreams~
Analizzare Siesta ~Film of Dreams~ (settembre 1994,
ma in commercio dal dicembre dello stesso anno) costituisce opera tutt'altro
che agevole, sicché potrebbe sembrare altrettanto plausibile domandare perché
possa essere oggetto di un'attenzione addirittura monografica. L'unica
giustificazione che posso portare è quella della peculiarità del documento e
dell'interesse che potrebbe rivestire per l'osservatore occidentale. Prima di
tutto cos'è Siesta? E' un PV particolarmente corposo? E' una pellicola?
E' una collezione di corti? Fin dalla pluralità di accezioni in cui lo si
potrebbe prendere in considerazione, è evidente che ci troviamo davanti a
qualcosa di molto originale e persino lontano dal meccanismo diffuso della
promozione musicale. Come lo stesso haido testimonia in uno dei suoi
diari, del resto, Siesta non ebbe alla sua prima un'accoglienza calorosa
da parte del pubblico, probabilmente disorientato dalla novità estrema di quel
che veniva proposto. A differenza di esperienze similari offerte ad esempio dai
Malice Mizer, che dilatano lo spazio normalmente concesso al PV
costruendo un vero e proprio film, Siesta è un mosaico composito, che di
unitario ha piuttosto un filo rosso suggerito dal titolo: il sogno. Per
certi versi debbo dire che la visione di questo lungo filmato (quasi 50 minuti)
mi ha ricordato il complesso ed allusivo Dolls di Kitano. Come nei film
poetici, ma sovente criptici di quest'autore, la suggestione si sostituisce alla
trama, costringendo la logica razionale e cronologicamente scandita dell'ottica
occidentale entro un andamento onirico e spiraliforme squisitamente orientale.
In Siesta non è facile ricostruire la trama dei singoli episodi (per
altro quasi del tutto privi di dialoghi, sostituiti da sottotitoli come in un
film muto), ma si è colpiti da immagini che impressionano fortemente lo
spettatore, per la peculiarità della cornice scenica offerta. Note indicative
sono nei fatti l'uso del colore (ogni episodio ha un suo tono dominante) e
quello dei protagonisti. A seguire ciascun corto (ogni sezione monografica è di
circa nove minuti) ed a porlo in relazione con il poco che è dato di sapere dei
quattro musicisti, è impressionante il sapore biografico o profetico che la
narrazione assume: da una sorta di distaccata freddezza di tetsu, al suicidio di
haido che non resiste all'abbandono; dall'assassinio-esecuzione di Ken
(seduttore-traditore), alla dannazione-nirvana di Sakura, tentato da denaro,
lussuria, potere. Al tempo stesso vi è come un crescendo drammatico ed un
sottile legame narrativo tra ogni sequenza. Se infatti l'apertura spetta ad un
tetsu distaccato e quasi impermeabile all'offerta d'amore di una
ragazza-bambina, subito dopo troviamo un Ken-seduttore-mantide, che si concede
ad una lussuria sfrenata. L'azione muta poi in parte registro e si concentra sul
tormento di Sakura - che incarna forse (i dubitativi sono d'obbligo) l'uomo alla
ricerca dell'Illuminazione -, per arrivare ad haido, che sublima l'idea di una
purezza incatenata dal bisogno e che si angelica solo nella morte. Più nello
specifico, la pellicola
si
apre con un corto dedicato a tetsu. I colori dominanti sono un azzurrino
violetto leggermente tendente al seppiato - almeno così risulta dalla VHS -, che
conferisce a tutta la sequenza il sapore di un film muto. La ricerca di un
effetto antichizzante si riflette per altro negli abiti del protagonista e
persino nell'auto utilizzata. E' un video che si addice al personaggio sin
dall'apertura: tetsu ama guidare ed è noto per la propria abilità al volante. Al
contempo di distingue per il proprio perfezionismo (e viene infatti ritratto in
apertura mentre lustra una scarpa impolverata dalla sabbia del deserto). C'è un
dettaglio probabilmente simbolico che chiude poi la sezione propriamente
introduttiva: il panno utilizzato nell'operazione di pulitura si incendia
infatti inspiegabilmente. Il video prosegue con l'avvento di un nuovo
personaggio, dall'aspetto più che ambiguo. Dalla vistosità del trucco sembra una
donna matura, ma la corporatura e gli atteggiamenti sono quelli di una bambina.
E' muta o non vuole parlare: scrive infatti le proprie battute su un blocco.
Sembra conosca già tetsu, cui domanda di rivelare il proprio nome: richiesta che
viene però ripetutamente evasa. L'espressione del conducente è impenetrabile e
tale resta per buona parte del filmato. Solo una volta giunti a quella che
sembra una vasta spiaggia, si coglie l'ombra di un turbamento, mentre l'immagine
della bambina sfuma in quella di una donna fatta. Forse un ricordo o
un'allucinazione. Il corto si chiude con un tetsu piuttosto teso, intento a
telefonare dal telefono pubblico di un città questa volta moderna ed avvolta
dalle luci della sera. Sola nell'auto, la bambina-donna disegna sulla propria
guancia una lacrima simbolica e, frugando nel bagagliaio tra gli scarni effetti
personali del musicista, ne scopre finalmente il nome. A questo punto abbandona
la vettura e, appannato il vetro della cabina telefonica oltre la quale si trova
il bassista, scrive nitidamente tetsu sulla condensa con il proprio
polpastrello.
La sequenza di Ken è invece dominata da un suggestivo quanto vistosissimo
tricromatismo. Il tutto si gioca infatti su tre colori dal significato
volutamente allusivo: il rosso, il bianco ed il nero. Rosso, come il sangue, la
passione ed il desiderio, è il frutto che labbra vermiglie accarezzano nel corso
di una focosa scena di letto. Mani femminili percorrono la pelle candida del
chitarrista, il cui corpo si intreccia a quello di una dark lady seducente e
vogliosa, tra lenzuola rosse in una stanza completamente bianca. Nel momento in
cui tuttavia l'amante sembra raggiungere il massimo godimento, Ken estrae
inaspettatamente un revolver e la uccide. Nella sequenza successiva, in vesti di
adescatore (accompagnato da un suntuoso gattino dal soffice e lungo pelo
grigio), lo si vede affascinare e ricevere un passaggio da una nuova compagna
potenziale: ed è con questa disponibile sconosciuta che, nei fatti, si rinnova
la scena di sesso e morte imprevista. Ma questa volta non è la mantide a
colpire, bensì la donna che si è impossessata della pistola. Negli ultimi
fotogrammi, infine, il chitarrista appare di nuovo accanto a quella che sembra
la sua prima vittima, forse in una sorta di Inferno che li ha ricongiunti.
La
sequenza di Sakura si distacca per certi versi dalle precedenti, perché
non vede un vero e proprio deuteragonista quale contraltare del batterista,
quanto impone il tema di una sorta di sdoppiamento che interessa quest'ultimo e
si riflette in una sua vera e propria metamorfosi narrativa. In apertura lo
troviamo infatti in abiti neri e quasi monastici, severi e sobri, innanzi allo
scheletro di un albero morto. Ai piedi dello spettrale fusto vi è una scatola
cubica dal coperchio istoriato, apparentemente chiusa ermeticamente. Come Sakura
prova ad aprirla, precipita in una sorta di incubo, in cui appare una sua
versione demoniaca e tentatrice. Si materializza pure una serie si numeri
romani, che presumo corrispondano ai peccati-vizi capitali della
tradizione cristiana (stando pure alla lezione iconografica degli stessi). Il
colori dominanti in apertura sono il bianco ed il nero (tendenti poi al
seppiato), che si trasformano nel magenta e nel blue oltremare dell'incubo. Il
batterista si risveglia, ma sembra piuttosto si tratti del passaggio ad un
ulteriore stato onirico. Siamo infatti in un rudere disabitato. Il primo gesto
che il batterista compie è quello di tagliarsi i capelli davanti allo specchio,
quasi si trattasse di un rito penitenziale. Poi, attratto da una porta
semiaperta alle proprie spalle, accede al nuovo spazio e si imbatte ancora nella
scatola. Dopo averla aperta, raccoglie la chiave che vi è contenuta e, senza
esitazione, la usa per penetrare una parete completamente bianca, quasi già
sapesse si tratti della porta per un'ulteriore dimensione. Oltre trova i propri
abiti spogli ed un altro se stesso nelle vesti di essere illuminato. Il filmato
si chiude con un'immagine speculare a quella di apertura: un Sakura cioè quasi
monastico innanzi ad un albero morto.
La
sequenza di haido è infine forse quella più suggestiva ed apparentemente
più solare. I colori dominanti sono infatti il bianco e l'azzurro. Il vocalist,
la cui androginia è fortemente accentuata dagli abiti impalpabili e dai lunghi
capelli ondulati, legati alla nuca o sciolti sulle spalle, appare indifeso ed
abbandonato in una stanza che ha come unica apertura un'ampia finestra da cui si
intravede un cielo incredibilmente terso. E' incatenato - sebbene il dettaglio
appaia nella prima sequenza e si rinnovi solo in un secondo momento - e non può
lasciare l'ambiente. Compagno di solitudine è un delicato uccellino bianco,
chiuso in una gabbia dalla foggia antica. Affascinato dal piccolo volatile,
haido lo estrae dall'angusta prigione, ma il timore di vederlo fuggire lo porta
a chiudere la finestra che rappresenta l'unica via d'uscita verso l'esterno.
Dell'uccellino, soprattutto, osserva le ali, toccandosi poi ripetutamente la
schiena alla ricerca di un ornamento che non fregia però il suo corpo - per
quanto sia pure l'unica speranza di fuga. Addormentato, haido rivela forse
quella che è la sua autentica identità: si mostra infatti - nello spazio di
brevissimi fotogrammi - come un ragazzo vestito di scuro, che corre affannato
lungo un nastro d'asfalto. Poi di nuovo candido ed innocente, appare in una
piccola barca, assieme alla gabbia che trattiene il suo uccellino. Ed è a questo
punto che si coglie qualche indizio in merito al significato di una complessa
allegoria: all'improvviso il volatile non esiste più, ma appare una ragazza, i
cui polsi sono incatenati a quelli di haido. Una ragazza cui il vocalist sembra
tener molto, ma che gli impedisce di recuperare i remi, mentre l'imbarcazione va
alla deriva. Quando haido si sveglia, ci troviamo di nuovo nella sua stanza
candida e spoglia. La finestra è ora aperta: prima che il cantante possa
realizzarlo, il piccolo uccello (simulacro della persona che ama?) prende il
volo. L'unica scelta che resta, a questo punto, è seguire la via tracciata dal
compagno: con ali fatte di seta e garza, anche haido si lancia in direzione del
cielo azzurro. Ma non sono ali vere: il filmato si chiude con una zoomata
sull'esterno dell'edificio, da cui precipita una bambola immacolata e
bellissima. In terra resta una catena finalmente sciolta. Questa successione
davvero affascinante di sequenze sempre più allusive si chiude con il vero e
proprio PV: quello di Kaze no Yokue, non meno suggestivo per
ambientazione e caratterizzazioni.
I
quattro musicisti si muovono all'interno di una cornice unica quanto a bellezza
quale è quella del deserto marocchino, fondendosi con l'ambiente e con la
popolazione locale in un contesto di fortissima mimesi scenica. Se nei fatti
tetsu, troppo colorato e vistoso, stona a tratti leggermente con le tinte ocra e
terrose dell'ambientazione, Ken è perfetto nella sua veste di visitatore in
tenuta coloniale, almeno quanto Sakura in quelle di viaggiatore dal costume
Tuareg. Inafferrabile e per questo ancora più seducente haido, vestito di
bianco, che attraversa come una visione ed un fantasma l'intera sequenza. Molto
suggestivo, a mio avviso, il passaggio in cui il vocalist mima l'amore con la
terra, distendendosi sulla rena, bagnandosi con la poca acqua disponibile e poi
chinandosi a baciare la sabbia spessa e rossastra, su cui si dissemina infine i
frutti della propria arte. Da questa semplicissima ed imperfetta descrizione
(che nasce puramente dalla mia visione dell'opera e da riflessioni estemporanee,
ma non ha alcuna pretesa di completezza e men che mai di vera e propria critica
cinematografica), si evince chiaramente come Siesta non sia un'opera
immediata nella sua comprensione, né legata ad una trama propriamente intesa. E'
piuttosto una corposa allegoria, che si riflette nella gestualità languida e
stilizzata degli stessi protagonisti. Soprattutto in Sakura ed haido,
interessati da sequenze introspettive e più manifestamente giocate sui primi o
primissimi piani, sorprende una grande espressività ed una certa consumata
professionalità davanti alla telecamera - professionalità che lascia giustamente
ammirati, se si considera sia una delle prime riprese del gruppo in vesti
major e poco o nulla abbia a che vedere con un PV. Ma è altresì una forza
espressiva che lascia intuire anche le fondate ragioni del successivo e
strepitoso successo dei Laruku -. Come fan del gruppo e spettatrice non posso
negare d'aver avuto non poche difficoltà a seguire il film, soprattutto in
termini di comprensione effettiva delle allegorie, tant'è che non trovo
sorprendente il fatto l'esperimento non sia stato ripetuto neppure quando il
gruppo è divenuto talmente famoso da vendersi con una semplice etichetta. C'è
probabilmente alla base un'ambizione narrativa che forza la matrice genetica del
PV e si traduce in un ibrido di incerta collocazione. Molto grazioso, per quanto
breve, è invece il making del movie, presentato in estratti all'interno
degli Heavenly Films.
Il contenuto di questo articolo è proprietà esclusiva dell'autrice (Sar@). Non ne è tollerata né la riproduzione né la sottrazione parziale o totale.
Posted on 17 Jul 2006 by Sar@<< Previous 1 2 3 Next >>
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